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La responsabilità che diventa azzardo

Tre carabinieri morti in servizio.

Un casolare esploso a Castel d’Azzano.

Un Paese che si divide non sul fatto, ma sulle parole.
Tre carabinieri morti in servizio. Un casolare esploso a Castel d’Azzano. Un Paese che si divide non sul fatto, ma sulle parole.

Ilaria Salis, europarlamentare di Avs, ha commentato la tragedia collegandola al capitalismo, alla negazione del diritto alla casa e alle responsabilità della politica. Ha espresso dolore per le vittime, poi ha spostato il discorso sulle “cause sistemiche” che avrebbero portato a quell’orrore. Il risultato è stato un coro di indignazione trasversale.

Nel fragore della polemica, Salis ha precisato che le sue frasi sarebbero state travisate e usate in modo strumentale. Ha detto di non aver mai inteso giustificare la violenza dei fratelli Ramponi, ma di aver voluto suscitare una riflessione sul contesto di esclusione che può degenerare quando lo Stato ignora le sue responsabilità verso i cittadini. Quella rettifica non ha fermato la bufera, perché nel frattempo l’opinione pubblica aveva già scelto la narrazione più semplice: chi parla del contesto è già dalla parte del torto.

Il primo bias da notare è l’attribuzione morale. Quando un evento colpisce nel profondo, la mente cerca colpevoli netti. Chi prova a interpretare viene subito sospettato. Il paradosso dell’analisi è che più cerchi di capire, più vieni accusato di giustificare.

Il secondo bias è il framing politico. Se un rappresentante della sinistra evoca disagio sociale, viene tacciato di ideologismo. Se un esponente del centrodestra parla di ordine, ottiene legittimazione. Le stesse parole assumono peso diverso a seconda di chi le pronuncia.

Il terzo è il bias della tempistica. Dire qualcosa troppo presto dopo un lutto nazionale rende sterile qualsiasi messaggio. In quei momenti l’opinione pubblica non ascolta concetti, ascolta toni. Un tono analitico, pur costruito con cura, può suonare inappropriato come un referto letto al capezzale di chi soffre.

Il tema che Salis solleva è reale, ma non giustifica nulla. La crisi abitativa esiste, le disuguaglianze crescono, molti vivono nella marginalità. Non può essere però consentito che il disagio sociale diventi alibi per violare la legge. Occupare abusivamente un immobile resta un reato, non una forma di protesta legittima. Chi confonde resistenza con prevaricazione non difende i diritti, li svuota.

Nel caso specifico di Ilaria Salis, il suo nome è stato associato in passato all’occupazione di un alloggio popolare Aler (Azienda Lombarda per l'Edilizia Residenziale) in via Borsi 14 a Milano. Secondo alcune testate avrebbe maturato un presunto debito di circa novantamila euro come indennità di occupazione. Aler e alcuni esponenti del centrodestra hanno chiesto di recuperare quelle somme anche tramite pignoramento. Gli avvocati di Salis sostengono che non esista alcuna condanna né alcuna citazione civile o penale a suo carico, e che la vicenda si basi su un presunto accesso all’immobile risalente al 2008, mai più verificato. Salis non ha negato di aver partecipato ai movimenti per il diritto alla casa, ma rivendica che le accuse siano state strumentalizzate. Nessun procedimento giudiziario risulta concluso a suo nome per occupazione abusiva.

La questione, al di là degli atti, è di coerenza. Chi ha rappresentato per anni movimenti che occupavano immobili non può oggi rivestire un ruolo istituzionale e invocare la legalità come se fosse un valore neutro. La credibilità politica si misura anche nella biografia. Rivendicare il diritto alla casa e insieme negare la responsabilità individuale crea un corto circuito morale. La legalità non è un dettaglio tecnico, è la linea che separa la protesta civile dall’arbitrio.

La stessa incoerenza emerge oggi sul fronte dell’immunità parlamentare. Il Parlamento europeo ha votato a ottobre per mantenere l’immunità di Salis, respingendo per un solo voto la richiesta ungherese di revoca. I gruppi di sinistra hanno difeso la scelta come “atto di civiltà giuridica” e “baluardo dello Stato di diritto”. Un cambio di registro clamoroso, se si pensa che la stessa sinistra, negli anni Novanta, aveva guidato la campagna per abolire l’immunità in Italia dopo Tangentopoli, definendola un privilegio di casta. Allora l’immunità era vista come scudo per i potenti, oggi diventa scudo per chi si definisce vittima del sistema. È la versione aggiornata del doppio standard morale: la legge vale solo se coincide con la propria narrazione.

Negli anni della Prima Repubblica la sinistra difendeva l’immunità per proteggere i suoi. Con Mani Pulite la demoliva per cavalcare l’onda moralista. Oggi la riscopre come strumento di libertà, purché serva una delle proprie icone. L’immunità non è più un principio, ma un elastico ideologico. Si condanna quando la usa l’avversario, si santifica quando la chiede un alleato.

L’errore di Salis non è la comunicazione, è la mentalità. Trasformare la tragedia di tre servitori dello Stato in un argomento politico significa usare il dolore come strumento di narrativa ideologica. Significa piegare la realtà a una causa. È una forma di azzardo etico, perché sostituisce la compassione con la retorica e sposta il peso del giudizio dalle azioni individuali alle colpe del sistema.

La risposta adeguata al disagio non è l’occupazione, non è la denuncia generica del capitalismo, e nemmeno la giustificazione delle devianze come sintomi sociali. È lo Stato di diritto che funziona. Politiche sociali, interventi mirati, prevenzione, ma sempre nel rispetto della legge e con un confine chiaro tra civiltà e illegalità.

In questo contesto va riconosciuto il grandissimo lavoro dell’Arma dei Carabinieri. Ogni giorno uomini e donne in uniforme presidiano il territorio, gestiscono emergenze, intervengono dove lo Stato è più fragile. Operano tra rischi concreti, senza tutele mediatiche, con una dedizione che raramente diventa notizia. Rappresentano la parte silenziosa della Repubblica, quella che regge l’ordine quando la politica si divide. Senza la loro presenza costante, la sicurezza resterebbe solo una parola da convegno.

C’è un punto che la polemica ignora. In Italia non si tollera la complessità. Si accetta la semplificazione morale: buoni o cattivi, vittime o carnefici, sinistra o destra. Chi prova a spostare lo sguardo dal colpevole al contesto viene visto come traditore della causa. La politica però non può permettersi la superficialità di chi scambia l’analisi per compassione selettiva.

La vicenda dei tre carabinieri ricorda che il rispetto non è censura. È la condizione minima per poter discutere senza offendere la memoria. La politica che dimentica questa regola smette di rappresentare i cittadini e inizia a rappresentare se stessa.

Ogni parola pubblica ha un peso. In tempi di indignazione immediata il linguaggio diventa la prima forma di responsabilità. La domanda vera non è se Ilaria Salis abbia torto o ragione. La domanda è se chi la ascolta abbia ancora gli strumenti per distinguere la pietà dalla propaganda.


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